Il Blog di Divulgazione Cosmetica

Il mio corpo

Dalla nascita, all’età adulta sino ad arrivare al cosiddetto invecchiamento, il corpo umano subisce numerosi cambiamenti, alcuni dei quali anche molto profondi.

Il corpo umano è la struttura fisica dell’organismo umano, formata da circa 37,2 trilioni di cellule e organizzata in una testa, un collo, un tronco, due arti superiori e due arti inferiori.

L’ architettura cellulare dà vita ai tessuti e agli organi che cooperano e formano i cosiddetti sistemi o apparati. Una perfetta struttura, una macchina di eccellenza!

Il mio corpo dalla nascita alla vecchiaia

Dalla nascita, all’età adulta sino ad arrivare al cosiddetto invecchiamento, il corpo umano subisce numerosi cambiamenti, alcuni dei quali anche molto profondi. L’invecchiamento, cosi come alcune malattie, comporta diversi effetti sul corpo umano.

La pelle ad esempio,  rappresenta il principale indicatore del trascorrere degli anni; col tempo, infatti, diventa sempre più sottile e secca, perde di elasticità e tende a ricoprirsi di piccole macchioline (note come “fegato spot” o “età spot”). I capelli s’ingrigiscono e si assottigliano col passare degli anni, questo può altresì accadere a causa di malattie o a seguito dell’assunzione di farmaci.

La psicologia e i problemi legati al corpo

Perché la psicologia si avvicina e affronta i temi legati al corpo?

Sentimenti ed emozioni esercitano un effetto sul corpo stesso oltre che ad aver una ricaduta sulla mente. Potremmo asserire che le emozioni possono dare origine ad una malattia con caratteristiche e modalità di sviluppo proprie.

Il disturbo somatoforme

Il disturbo somatoforme è caratterizzato da uno o più sintomi fisici di natura cronica, accompagnati da livelli importanti e sproporzionati di sofferenza, preoccupazione e difficoltà a svolgere le attività di tutti i giorni, correlate a tali sintomi.

Tra i principali disturbi somatoformi troviamo:

  • somatizzazione (sintomi dolorosi, gastro-intestinali, pseudo-neurologici, sessuali, etc., non giustificabili da accertamenti medici ed esami obiettivi)
  • conversione (sintomi o deficit inerenti funzioni motorie volontarie o sensitive in assenza di una condizione neurologica obiettiva quali difficoltà di deglutizione (o bolo isterico), sintomi pseudo-epilettici, paralisi psicogene, cecità psicogena)
  • disturbo algico (dolore cronico o recidivo in uno o più distretti corporei senza diagnosi mediche obiettive)
  • ipocondria (sintomi di tipo somatico che vengono interpretati come segni di una grave malattia spesso non riscontrata da accertamenti medici)
  • dimorfismo corporeo (eccessiva focalizzazione su un difetto fisico che impedisce il normale svolgimento delle attività di vita personali, sociali, relazionali)
  • somatoforme indifferenziato (costanti lamentele fisiche come stanchezza cronica, perdita di appetito, problemi urinari)

La psicosomatica: messaggi attraverso il corpo

Spesso la persona con sintomi psicosomatici comunica attraverso il corpo ma senza rendersi conto dei segnali che il corpo manda.

corpo umano
Photo credit: Unsplash

Le ulcere, le alopecie, la sindrome del colon irritabile e altri disturbi psicosomatici non sono un punto di partenza, ma il risultato di un processo lento e lungo che ha inizio lontano nel tempo.

Per questo motivo a differenza di altri disturbi il miglioramento è lento e non scontato. La maggior parte delle correnti psicologiche spiegano il disturbo psicosomatico come un meccanismo di difesa da emozioni dolorose e intollerabili che si attua con un’espressione diretta del disagio psicologico attraverso il corpo.

Infatti, tutti i vissuti personali (emotivi, affettivi, relazionali) troppo dolorosi per poter essere vissuti e sentiti, trovano una via di scarico immediata nel soma divenendo così il disturbo; per cui il corpo fa da contenitore a tutte le emozioni e i sentimenti dolorosi.

Le malattie psicosomatiche più diffuse si manifestano, nel sistema gastrointestinale, cardiovascolare, cutane. Fondamentale è per tale motivo, la relazione tra mente e corpo, ovvero tra il mondo emozionale ed affettivo e il soma.

Il termine “bellezza

Se analizziamo il termine “bellezza”, esso indica la qualità di ciò che appare o è ritenuto bello; a sua volta dal latino bellus, “carino, grazioso”, propriamente diminutivo di bonus, “buono”.

Esiste una connessione tra l’idea di bello e quella di bene, suggerita dalla radice etimologica, che rinvia a una concezione della bellezza come ordine, armonia e proporzione delle parti.

La nozione di bellezza, nell’arco del tempo, si è distinta dal concetto di bene e si è andata sempre più trasformando in categoria estetica autonoma, caratterizzata dalla capacità del bello di essere percepito dai sensi.

Dismorfismo corporeo

Esiste un disturbo ad esempio, conosciuto come Dismorfismo Corporeo (inteso storicamente come dismorfobia). Questo, genera eccessiva preoccupazione per un difetto immaginario dell’aspetto esteriore. 

A differenza delle altre fobie questa non investe oggetti simbolici ed esterni al corpo, esso coinvolge ciò che realmente si teme, noi, il corpo. La paura fondamentale è di non essere sufficientemente belli, accettabili, piacenti, fisicamente adeguati all’immagine di donna o uomo che pensiamo dovremmo essere.

Voglio vedermi come… essere bello!

Ogni parte del corpo può diventare motivo di preoccupazione e spesso può riguardare simultaneamente diverse parti del corpo. S

ussiste il pensiero in queste persone così come in altri che la loro vita comincerà quando avranno risolto il loro problema estetico, quando avranno fatto i giusti ritocchi per poter essere presentabili al mondo.

Ma i ritocchi non saranno mai sufficienti perché si può sempre essere “meglio di quel che si è”.

Il desiderio di essere sempre “meglio”

Un tema cardine oggi, nel 21° secolo, per adolescenti, giovani e meno giovani che si trovano a competere con una società estremamente prestazionale è quello di voler essere sempre meglio di ciò che si è. Sono richieste spesso non facili da soddisfare, che possono condurre ad un vero e proprio ritiro sociale e causare difficoltà relazionali, evitamenti nelle situazioni di lavoro, scuola e di ogni giorno.

“Coloro che fanno del vestito una parte principale di sé stessi finiranno, in generale, per non valere più dei loro abiti” W. Hazlitt.

Credo profondamente che nessuno specchio potrà mai rimandarci l’immagine che desideriamo se prima quell’immagine non si realizza in noi.

Il corpo come contenitore della nostra storia

 Il corpo è il contenitore del sé, di emozioni, pensieri, della storia di vita propria, di esperienze e ricordi. Accettare il proprio corpo in assenza di una patologia mentale, di un disturbo o sindrome significa anche scontrarsi con situazioni dettate da malattie prettamente organiche che si ripercuotono poi sulla psiche.

corpo di donna
Photo credit: Pixabay

Fronteggiare un corpo che non corrisponde più all’idea che si ha di sé significa scontrarsi con l’immagine allo specchio di qualcuno che non riusciamo più ad accettare. Accettazione è un termine importante, quando parliamo del sé, in quanto, prevede l’assunzione di consapevolezza. Questa serve a far sì, che non si sperperino risorse in uno scopo irraggiungibile ed è direttamente al servizio del pseudo scopo.

L’ accettazione dunque serve a sospendere investimenti inutili e le emozioni negative associate ricreando un nuovo equilibrio e cercando di prevenire il ripetersi del danno attraverso un atteggiamento comportamentale consistente nella sospensione di attività disfunzionali. Non significa però che non ci siano emozioni negative di tristezza, ansia e rabbia che sono invece utili.

Quando il corpo cambia

Quando il tuo corpo cambia e non è più ciò che conosci qualcosa si ferma, si arresta dentro. A volte sono solo emozioni, a volte è la nostra vita. Ci si può sentire bloccati o inermi, in una situazione di impasse. La tristezza, la disperazione, seguita da umore inenarrabile ci può condurre ad un completo ritiro. Scomparire perché non siamo, perché qualcosa di noi, in noi, è cambiato. Il nostro corpo è un passo indietro e la nostra mente non riesce ad accettarlo.

Il non piacersi e il ruolo dell’altro

Non piacersi. nessuna parola, sebbene di coloro che amiamo, può farci sentire meglio. Non è all’esterno che troveremo la pace. L’altro poi, con i suoi tentativi di adularci…sostenere che tutto passerà, o ancora che ci trova bellissimi…Solo dolore nelle parole dette in cui non ci si può riconoscere. Un corpo che muta e si lascia indietro qualcosa, il ricordo di ciò che eravamo si affievolisce e prende piede l’insoddisfazione.

Il dolore della solitudine

La solitudine mentale può corrispondere a quella fisica e relazionale, ma non per questo va perpetuata. Stare vicino a chi soffre è un atto di smisurata forza. “Abbracciare chi soffre e mettere in ordine una confusione” direbbe un qualcuno che insegna a stare col dolore. Non lo trovo semplice e a volte disarmante. Spaventa e inquieta, ci lascia sprofondare perché non possiamo nulla. Solamente stare, attendere ed aspettare. Ma è proprio nell’esserci che si crea lo spazio di ascolto. Semplicemente seduti accanto, tenendo la mano e a volte rispettando una distanza.

Restare nel vortice del dolore, ascoltare le silenziose urla strazianti e sapere che non ci sposteremo.

Semplicemente sentirsi accolti e compresi

È così poi che, nel sentirsi semplicemente (che non è esattamente così facile) accolti e compresi, che qualcosa cambia. Non servono movimenti particolari o frasi d’effetto. Necessariamente uno sguardo puro e amorevole che sa rispettare il dolore dell’altro non pretendendo di trasformarlo ma solo ascoltarlo.

La forza della presenza, dell’accoglienza che tramuta il mio dolore in accettazione, il mio corpo orribile, o inaccettabile in qualcosa che può essere amato. Dentro di noi allora un qualcosa emerge. Una nuova luce dove il corpo, quel semplice contenitore, null’altro che l’involucro del nostro vero essere, viene a scorgersi come meraviglioso perché davvero lo è.

Una forma di rispecchiamento importante insegnata fin dalla nascita, quando negli occhi della madre si cerca il conforto, il ritrovarsi, la nostra immagine. Chi siamo.

Non sempre però l’altro è lì, con noi.

Può capitare di essere soli, di non avere o non sentire accanto la persona “giusta” e allora la voragine da colmare, il salto da fare, la scalata da completare può essere difficile e spaventosa. Il punto però sta che nel salto, nella voragine e nella scalata, anche se in presenza, comunque sempre lo sforzo, la fatica, l’impegno, lo abbiamo fatto noi. L’altro era lì ma solo affiancandoci.

Noi siamo i veri protagonisti della nostra vita. Inutile girarci attorno. Se ci siamo riusciti, rialzando la testa, significa che siamo davvero bravi!

Il corpo stanco

Quando si cade, e ci si vede a terra, fa male pensarsi e sentirsi così. Inermi e spesso senza difese.

A volte vorremmo solo lasciarci andare giù perché sembra più facile, immediato. Raddrizzare il corpo, guardando su e vedere tutta quella montagna da scalare è davvero straziante. Il corpo che non risponde e non ci piace.

Un fisico a volte massacrato, a volte solo stanco, porta con sé ogni cicatrice visibile e invisibile. Quando respiri, e lo senti che dentro risuona vuoto ti spaventa. È un vestito che non vorresti indossare e invece ti calza, male, ma è il tuo unico abito a disposizione.

Pelle, capelli, unghie, volto irriconoscibile. Eppure è il tuo. Quando senti che è la fine che non vorresti, quando nessuno ti capisce, nessuno vede ciò che hai visto tu, allora la tua unicità si fa grande. Solo tu sei il portatore di un dono immenso, quello dell’esserci. Quello di vederti nonostante tutto camminare, un piede d’innanzi all’altro.

Cover photo credit: Unsplash

Dott.ssa Laura Isidori

“Quando senti che sei ancora qui, a calpestare questa terra, alza la testa e concediti di dirti che sei la più bella creatura presente. Perché lo sei, perché hai lottato e continuerai a farlo ogni giorno, perché te lo devi, te lo meriti, perché puoi… amarti” Dott.ssa Laura Isidori psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale.

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